In Aspettando Godot, opera grottesca e tragica allo stesso tempo, si assiste ad una conversazione, ad un dialogo <<dissociato>>, denso di significati che, ad una superficiale decifrazione, appaiono abbastanza ovvi: la vita, tutto sommato, è una triste, vuota, angosciosa, assurda avventura che si trascorre ad aspettare sempre e invano qualcosa che non arriva mai. Eppure le interpretazioni sono state disparate, a partire dall’identità di Godot.

Nella conversazione, in Godot, si risolve tutto il dramma: il dialogo non conduce mai all’azione ed è interrotto soltanto da siparietti da ”teatro di varietà” e da gags da cinema muto. Le frasi scandiscono il tempo sulla scena, dove <<non succede niente, per due volte>>.

In realtà, ciò che conta è l’attesa, non Godot (Dio o Morte, non importa). L’atto dell’attendere qualcuno che non verrà è la forma vuota attraverso cui Beckett ci svela il significato dell’esistenza umana, come anche l’inadeguatezza del teatro dinnanzi all’assurdità della vita (e di Dio e della Morte, che importa?)

f.s.