“I docenti e i concorsi pubblici”

I docenti e i concorsi pubblici (della dignità del lavoro e della funzione dello Stato).

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di Simone D’Alterio

Sono iniziati tra mille polemiche i concorsi per la scuola.
Dal bailamme che sta coinvolgendo lo Stato e le regioni, impegnati in un conflitto nel merito delle competenze relative ai provvedimenti sulla tutela della scuola nell’attuale situazione pandemica, emerge chiaro il dato dell’incertezza, aggravato da scelte, spesso adottate in maniera unilaterale, che non godono nemmeno del supporto della conoscenza del contesto su cui vanno ad influire.
Come spesso accade in Italia, i problemi che riguardano in generale il Paese, si acutizzano e trovano nuove declinazioni quando si parla di Meridione. Riassumendo la situazione attuale potremmo parafrasare una citazione celebre: quando si fa un concorso al sud si piange due volte, la prima perché non ci sono posti disponibili, la seconda perché i concorsi vengono dislocati in luoghi collegati poco e male.
Per rendere l’idea della situazione effettiva, a titolo meramente esemplificativo di una situazione comune, potremmo analizzare la condizione di un docente specializzato sul sostegno nella Scuola secondaria superiore, a cui aggiungeremo poi ulteriori livelli di difficoltà, attribuendogli la condizione “deficitaria” di essere residente in una regione del Meridione, che potrebbe essere, ad esempio, la Campania.

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GLOSSA n.3: Salvare gli esseri umani dallo stato di miseria…

Glossa 3

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a cura di Francesco Sasso

Nell’epistola XIII, scritta per accompagnare l’invio e la dedica del Paradiso a Cangrande della Scala, Dante spiega che il fine del poema è “removere viventes in hac vida de statu miserie et perducere ad statum felicitatis” (salvare gli esseri umani dallo stato di miseria e condurli alla felicità). Credo che sia una delle più belle definizioni di letteratura.

Fin dal principio, la complessità del materiale dottrinale e storico della Commedia dantesca determinarono l’esigenza di spiegare e commentare l’opera. Alcuni commenti del Trecento e Quattrocento sono in latino, ma mi stupisce il lavoro del frate minore Giovanni Bertoldi da Serravalle, il quale si spese molto nel commento e nella traduzione latina della Commedia. Un chiaro esempio di lavoro smisurato, ma inutile. Ecco un libro che non leggerò mai.

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