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Orizzonte degli eventi

a cura di Francesco Sasso

Mese: Gennaio 2008

“Catilina” di Giuseppe Antonelli

Recensione/schizzo #7

Se nella letteratura classica Catilina ha conservato per lo più l’immagine dello scellerato criminale, codificata da Cicerone e Sallustio, durante il corso dei secoli ha dato luogo a molteplici interpretazioni, suggerite dal suo duplice aspetto o di bieco cospiratore ai danni dello Stato, o di democratico, campione della rivoluzione. Ma soprattutto ha generato un mito che, alterando le linee storiche e sociologiche del personaggio e dei suoi compagni, ne ha determinato ora una fantasiosa popolarità, ora una distorta politicizzazione.

Ma chi era Catilina? Ma com’era davvero la congiura di Catilina?
Lo racconta bene, con un pizzico d’ironia, Giuseppe Antonelli in Catilina.
Il libro è storico, ma si presta ad una lettura ludica, come fosse un romanzo di genere, con digressioni su personaggi secondari e oscuri della società romana del periodo repubblicano. Il libro è piacevole, leggero. Non è per specialisti, tranquilli.

Altro libro da me letto, sempre di Giuseppe Antonelli, è Storia di Roma antica- Dalle origini alla fine della repubblica. Anch’esso: da leggere.

Entrambi i volumi sono stati pubblicati nei Tascabili Economici Newton. All’epoca costavano 1000 lire (al cambio odierno: un euro e cinquanta), 100 paginette. Cercate nelle edicole o [QUI].

Cantore del silenzio e delle vertigini: Arthur Rimbaud

Il secondo poeta della mia recente giovinezza: Arthur Rimbaud (1854-1891), una delle personalità più geniali e sconcertanti della letteratura.
Scrivo queste righe accompagnandole con una gran birra ghiacciata.
Fin dai suoi primi versi, composti a sedici anni, egli realizza una vera <<alchimia della parola>>, mirante alla penetrazione per via magica della natura delle cose e quindi della natura dell’essere. Procedendo dalla distruzione delle apparenze reali, Rimbaud costruisce una visione dell’universo che trova la sua ragione di essere nel canto del poeta.
Ma poiché questo canto è una sorta di strumento magico- affinato secondo i segreti di una particolare alchimia-, è inevitabile che quanto ne nasce faccia parte esclusivamente del mondo magico, inumano. E quindi l’intera visione del mondo, più viene cantata da Rimbaud, più lo abbandona in quanto uomo. Per questo, la produzione del Poeta è segnata da continui rifiuti di forme e immagini appena abbozzate, e già irraggiungibili. Si passa così dalle Illuminazioni a Una stagione all’inferno, istante-limite della creazione di Rimbaud, in cui egli si trova definitivamente abbandonato dalle immagini da lui create, e cotesto abbandono assume forme di Apocalisse. Terminata a vent’anni la Stagione all’inferno, Rimbaud, infatti, ahinoi, rinunciò in assoluto alla poesia, divenendo esploratore, negoziante coloniale, trafficante, a Cipro, a Aden, nell’ Arar. A trentasette anni, senza aver provveduto alla pubblicazione di quasi nessuna delle sue opere, egli moriva a Marsiglia. La sua fiducia nel potere della poesia di conoscere l’inesprimibile trovava in un certo senso conferma in quest’ultima parte della sua vita, durante la quale- se egli ebbe dinanzi a sé un’immagine lirica- fu in contatto unicamente con l’inesprimibile. Rimbaud è un esempio, che io sappia, pressoché unico di identità fra vita e poesia, anche nell’istante dell’abbandono di quest’ultima. Il suo disinteresse totale alla pubblicazione delle sue opere dipende probabilmente proprio dalla sua certezza d’aver raggiunto l’indicibile e di averlo detto, di aver <<cantato dei silenzi, espresso delle vertigini>>: convinzione, questa, che indubbiamente rende del tutto indifferenti ad un eventuale pubblico.
f.s.

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